In calo i giovani che non lavorano e non studiano
L’Europa compie un passo avanti importante nel contrasto al fenomeno dei NEET, ovvero i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione. Secondo gli ultimi dati diffusi da Eurostat, nel 2025 la media dei giovani in questa condizione all’interno dell’Unione Europea è scesa all’11 per cento.Si tratta di un lieve miglioramento rispetto all’11,1 per cento dell’anno precedente, ma il progresso diventa evidente se si guarda al passato, considerando che nel 2015 la quota sfiorava il 15,2 per cento.
Questa tendenza positiva dimostra una ripresa costante, interrotta in modo significativo solo dal picco del 13,8 per cento registrato nel 2020 a causa della pandemia di COVID-19. L’orizzonte finale resta quello fissato dall’Unione Europea, che punta a ridurre la soglia dei NEET al 9 per cento entro il 2030.Analizzando i dati più da vicino, emerge chiaramente come il rischio di scivolare in questa condizione aumenti con l’età.
Se tra i giovanissimi dai 15 e i 19 anni la percentuale si ferma al 5,3 per cento, il valore raddoppia nella fascia tra i 20 e i 24 anni arrivando al 12,8 per cento, e triplica fino al 14,7 per cento tra i 25 e i 29 anni.
Parallelamente, una buona fetta di giovani riesce a conciliare studio e impiego: nel 2025 era occupato e contemporaneamente sui banchi di scuola il 12,5 per cento dei minorenni, il 22,5 per cento dei ragazzi tra i 20 e i 24 anni e il 17,8 per cento dei venticinquenni e dei quasi trentenni.
La mappa europea dei NEET mostra tuttavia profonde differenze geografiche. I Paesi virtuosi che registrano le percentuali più basse in assoluto sono i Paesi Bassi con il 5,3 per cento, seguiti da Svezia e Slovenia. Al capo opposto si trovano invece le situazioni più critiche, guidate dalla Romania con un preoccupante 19,2 per cento, seguita da Bulgaria e Grecia. Il divario è talmente ampio che il tasso della Romania risulta quasi quattro volte superiore a quello olandese.
Nonostante queste discrepanze, il bilancio dell’ultimo decennio resta positivo per la maggior parte del continente, con ben 22 Paesi su 27 che hanno registrato una netta diminuzione del fenomeno, mentre solo Germania, Lussemburgo e Austria hanno mostrato leggeri aumenti.
In questo scenario, l’Italia si rende protagonista di un recupero straordinario. Sebbene il nostro Paese si attesti ancora su una media del 13,3 per cento, superiore al dato europeo, il confronto con il passato evidenzia una svolta radicale. Rispetto al drammatico 25,7 per cento registrato nel 2015, l’Italia ha messo a segno una riduzione del 12,4 per cento, posizionandosi in cima alla classifica europea per capacità di recupero, davanti a Grecia e Croazia. Resta però da colmare un divario di genere strutturale che si riflette sia a livello comunitario che nazionale. In Europa la percentuale di giovani donne NEET è del 12 per cento contro il 9,9 degli uomini, una distanza che in Italia si fa ancora più marcata, con l’11,8 per cento della componente maschile a fronte del 14,9 per cento di quella femminile.
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