La solidarietà come mestiere
I termini per definirli sono tanti quanti sono i contesti in cui si possono trovare ad operare: cooperanti, operatori di cooperazione allo sviluppo, personale umanitario, funzionari delle agenzie internazionali. Che operino all’interno di un’istituzione o di una organizzazione privata, gli operatori della solidarietà internazionale hanno competenze tecniche e relazionali che li rendono capaci di intervenire in tutti i contesti in cui è necessario il loro apporto. Non è una strada facile, ma nemmeno impossibile da intraprendere. Vediamo come
Viaggiano in tutto il mondo ma non sono turisti. Operano spesso in paesi di guerra ma non sono soldati. Vivono generalmente tra i poveri ma non sono missionari. Le loro mete sono i posti in cui la maggior parte della gente non vorrebbe mai andare. Anzi, spesso loro arrivano quando tutti gli altri scappano. Il loro tempo libero è quello tra una missione e l’altra, la loro famiglia è abituata a fare tesoro dei pochi momenti in cui non ci sono aerei da prendere, progetti da seguire, emergenze umanitarie da tamponare.
Fare della cooperazione internazionale il proprio lavoro non è una decisione come un’altra; di solito matura nelle pieghe della propria storia personale e dà voce a bisogni molto precisi: il desiderio di aiutare e di sentirsi utili, la necessità di intervenire per lottare contro i meccanismi di ingiustizia che creano povertà e sottosviluppo, la voglia di conoscere, fare esperienza del mondo e della vita.
Ma cosa significa davvero lavorare nella solidarietà internazionale?
Intanto è bene precisare una cosa: sotto il termine “cooperante” si nasconde una pluralità di funzioni estremamente diverse tra loro. Dipende dalla struttura in cui si è inseriti e dalla mansione che si va a svolgere. La struttura può essere una ong (organizzazione non governativa), un’istituzione internazionale (come per esempio le Nazioni Unite e le relative agenzie), un’associazione che persegue fini di solidarietà, una missione religiosa, un organismo creato da un partito politico o da un sindacato. Ognuna di tali strutture nasce per uno scopo, o – come si dice in gergo – per conseguire una propria mission: la tutela dei diritti umani, il miglioramento delle condizioni sanitarie della popolazione, la lotta contro la povertà, la formazione professionale, la tutela dell’infanzia e della maternità, la cooperazione agricola, la tutela dell’ambiente, il soccorso dei civili nelle situazioni di guerra. Difficile dunque dare indicazioni meno che vaghe per definire un ambito tanto variegato.
Meglio l’esperienza
Una cosa è certa: per lavorare in modo efficace nella cooperazione internazionale è necessario essere (o diventare) dei professionisti. E questo non significa necessariamente frequentare un corso o un master. Esistono ormai molti e molto prestigiosi percorsi formativi universitari e post-laurea che preparano a svolgere ruoli di coordinamento, fundraising (raccolta fondi), progettazione, comunicazione e attività sul campo al servizio di progetti di solidarietà internazionale, ma si tratta di una scelta individuale e non obbligatoria per accedere a questo mondo. Molto efficace ai fini della ricerca di un lavoro è avere già un’esperienza di questo tipo o almeno avere svolto uno stage.
Insomma, se è vero che in Italia non è ancora richiesta una formazione specifica per lavorare in questo ambito, è vero anche che le doti del bravo cooperante non possono essere apprese sui banchi di una scuola o di un ateneo.
Cosa fa?
I ruoli sono i più vari: vanno dalle attività di desk, di fundraising e di comunicazione – che si concentrano in Italia – fino alle diverse attività che si possono svolgere all’estero. Ci sono ong specializzate in tutti i campi in cui si può declinare lo sviluppo: dai diritti umani alla costruzione di infrastrutture, dall’assistenza agricola e pastorale alla protezione dell’ambiente, fino all’educazione e formazione professionale. Senza dimenticare l’enorme ambito socio-sanitario (medicina di base, medicina specialistica, lotta alle malattie infettive, assistenza alla maternità e all’infanzia, chirurgia di guerra, eccetera). C’è dunque spazio per ingegneri, medici, veterinari, agronomi, educatori, insegnanti, animatori sociali, ostetriche, biologi e naturalisti; insomma, per specialisti con la vocazione all’aiuto e alla lotta disuguaglianze sociali.
I requisiti
Generalmente a un cooperante è richiesta la conoscenza a livello avanzato di una o più lingue (in primo luogo quella del paese in cui si andrà ad operare), l’esperienza maturata nei cosiddetti PVS (paesi in via di sviluppo) o, anche, in attività di volontariato in Italia, una forte motivazione a lavorare in aiuto alle popolazioni povere, flessibilità, capacità di affrontare situazioni impreviste e risolvere problemi, l’attitudine alle relazioni umane e una buona capacità di leggere il contesto in cui si trova ad operare. Inoltre è necessario possedere (o sviluppare) una buona resistenza allo stress.
La carriera
Il percorso professionale di chi sceglie di fare della solidarietà il proprio mestiere segue di solito un iter che lo porta da un profilo junior iniziale (o stagista, a seconda dei casi) ad un ruolo di responsabile di attività. Solo successivamente, dopo avere maturato alcuni anni di esperienza, si può ambire a diventare capoprogetto, ovvero colui che organizza e supervisiona le attività previste dal progetto garantendo il raggiungimento degli obiettivi, che gestisce le risorse umane a livello locale, supervisiona gli aspetti finanziari, amministrativi e contabili del progetto e mantiene le relazioni con autorità locali centrali, donors (donatori) e agenzie internazionali. Un capoprogetto con esperienza può aspirare al ruolo di coordinatore paese o regione; in questa mansione il suo ruolo è quello di consolidare la presenza della ong nel paese, identificando nuove aree di intervento o nuove articolazioni dei progetti in corso. E’ infine responsabile dei protocolli di sicurezza. Come si intuisce, si tratta di un ruolo di grande responsabilità. Al termine di un percorso di questo tipo di solito si apre la strada per una collocazione nella sede centrale dell’organizzazione con ruoli di coordinamento generale.
L’INTERVISTARoberto Barbieri è direttore dell’Unità Cooperazione Internazionale della ong toscana Ucodep. In questo ruolo programma e coordina tutti gli interventi di cooperazione allo sviluppo e di aiuto umanitario della ong, articolati per uffici geografici. Gli abbiamo chiesto di parlarci della sua esperienza nella cooperazione internazionale.
Qual è stato il suo percorso professionale fino ad oggi?
Il mio background è di tipo economico-sociale: sono laureato alla Bocconi con una tesi sulla cooperazione allo sviluppo e il ruolo delle ong, ho poi seguito un corso di specializzazione finanziato dal Fondo Sociale Europeo al termine del quale ho fatto un’esperienza di volontariato-stage nella ong Movimondo. Negli anni successivi ho avuto la fortuna di vincere le selezioni per il JPO Programme – Professional Officer delle Nazioni Unite, che è la porta d’ingresso alla carriera nell’ONU. In qualità di funzionario dell’Unicef ho lavorato due anni in Belize, paese da cui sono rientrato per motivi personali. Dopodiché è iniziata un’esperienza di lavoro in una società di consulenza, da cui sono poi passato a Ucodep.Una carriera nella cooperazione internazionale deve iniziare con un’esperienza di volontariato?
Non necessariamente. Però è vero che un candidato che ha già un’esperienza di volontariato all’estero dà maggiori garanzie di avere una conoscenza meno astratta del contesto, sfrondata da quell’alone di eroismo e di mitologia che i giovani tendono a vedere nella cooperazione internazionale.
Poi ci sono considerazioni di opportunità da fare: per chi intende lavorare nel Terzo Settore lo stage è la porta d’ingresso più comune. Questo perché è ancora un ambito in cui non esistono percorsi di selezione delle risorse umane rigidamente strutturati, e in cui conta ancora molto il rapporto fiduciario e di conoscenza personale.Quanto contano nella scelta di un candidato le caratteristiche personali? Quanto invece le esperienze maturate e le conoscenze del settore? Insomma, è possibile tracciare una gerarchia delle priorità?
L’iter di selezione nell’ambito della cooperazione allo sviluppo in Italia è molto cambiato negli ultimi 5 anni. Si è passati da modalità molto informali di reclutamento a canali più strutturati. In genere le lauree più richieste sono da un lato Economia e Scienze Politiche e dall’altro lauree di taglio tecnico come Agraria e Ingegneria. I tecnici iniziano generalmente con ruoli da consulenti per poi via via arrivare a mansioni più gestionali. I generalisti, per così dire, hanno competenze interdisciplinari e possono accedere sin da subito a ruoli più amministrativi e di coordinamento.
Ci tengo però a dire con chiarezza che nel nostro mestiere alcune competenze relazionali sono fondamentali: l’ampiezza della gamma è quello che fa il profilo del candidato, che nella sua carriera dovrà sapere interagire con tutti: dal contadino analfabeta al funzionario delle Nazioni Unite.Quali ritiene che siano oggi in Italia i migliori percorsi formativi (corsi, università, master, ecc.) per chi progetta di lavorare nella cooperazione internazionale?
Il mio consiglio è di scegliere una laurea che dia competenze ampie e interdisciplinari e un master oppure un corso di specializzazione più specializzato, magari in aiuto umanitario o materie analoghe. Esistono buoni corsi di progettazione che offrono possibilità di crearsi una professionalità riconosciuta.



