Torviscosa, paese-fabbrica ora terra dei senza lavoro

Sul numero del settimanale L’Espresso in edicola il 4 maggio Fabrizio Gatti racconta il Paese dei senza lavoro. Un viaggio che passa anche da Torviscosa, cittadina simbolo dell’Italia in crisi.
Di seguito un abstract del testo.
Della macelleria, sotto il portico di piazza del Popolo, restano il banco di cristallo e gli scaffali. Le saracinesche sulle tre vetrine sono state abbassate per sempre. L’ultima sera il macellaio le ha chiuse a chiave e se n’è andato. Come lui è andato via il fruttivendolo. Via la lavandaia. Via il calzolaio. Anche Fabris-vendetutto ha chiuso. Dove c’erano il bar di via Roma, il ristorante, l’alimentari ora sulla porta sbarrata risalta il cartello della decisione estrema. Vendesi. Il grande parco al centro del paese ha filari di panchine su cui nessuno si siede più. Fuggono i giovani diplomati e laureati. Emigrano. Disposti a fare i gelatai in Germania, come i loro nonni. Oppure alla ricerca di ciò che l’Italia non offre. Comunque all’estero.
Un dettaglio nel loro passaporto li unisce. L’origine. Sono tutti nati e cre- sciuti in Friuli Venezia Giulia. Province di Pordenone e Udine. Dove prima incontravi i miti e la retorica del Nordest.
Proprio qui, il Nordest è già un ricordo. La crisi sgretola una vita da benestanti. E svuota le case. A Peonis e Trasaghis, alle porte della Carnia. Così come a Torviscosa, sulla strada per la laguna, il paese che ha perso il macellaio, il fruttivendolo, la lavanderia, il calzolaio, Fabris-vendetutto, un bar, un ristorante, il negozio di alimentari. E soprattutto sta perdendo la sua industria chimica: la fabbrica-monumento in mattoni rossi che dal 1938 ha distribuito stipendi a tre generazioni. Cento anni fa Torviscosa non è ancora un Comune autonomo. Si chiama Torre di Zuino. Una striscia di case sul bordo della palude. E un castello, distrutto dagli incendi che accompagneranno la disfatta di Caporetto. Nel 1941 Torviscosa diventa Comune autonomo con i nuovi quartieri per operai, impiegati e dirigenti. Case fornite di teleriscaldamento, tuttora funzionante. Il nome deriva dalla viscosa, la fibra tessile artificiale che la Snia produce con la “tecnica di Torviscosa”. Nelle campagne bonificate si coltiva la canna gentile. Nella fabbrica la si trasforma in cellulosa. E poi in filato. Sette canne, un vestito. La crisi della cellulosa negli anni ha poi portato alla separazione dell’azienda agricola dalla Snia. Una parte della tenuta è tuttora controllata da Ennio Doris, il banchiere socio di Silvio Berlusconi, e dalla famiglia Andretta, allevatori di Tombolo, provincia di Padova. Il resto finisce ai Ferruzzi. Ma dopo le conseguenze del crac Montedison, passa a Sergio Cragnotti. E dopo Cragnotti alla Parmalat di Callisto Tanzi. Un crac dopo l’altro. Il colpo di grazia arriva dal cielo. È l’11 settembre 2008. Gli elicotteri dei carabinieri sopra il paese guidano il blitz dei Nas nello stabilimento della Caffaro, ultima società del gruppo Snia a gestire la fabbrica. Sotto accusa è il vecchio impianto di celle a mercurio per la produzione di cloro e soda caustica. Il livello di inquinamento nella vicina laguna di Grado e Marano non ammette rinvii. Operai in cassa integrazione. Azienda in liquidazione. Dopo settant’anni, fine del modello Torviscosa. Il futuro e la salute di Torviscosa dipendono ancora una volta dalla bonifica. Questa volta la palude è chimica. Novecentomila metri quadri inquinati dalla fabbrica. Mercurio e peci benzoiche, spiega il sindaco Roberto Fasan. Per questo nel 2002 il governo ha nominato un commissario delegato per la bonifica della laguna di Grado e Marano. Dopo dieci anni, il 6 aprile il premier Mario Monti ha revocato lo stato d’emergenza. Secondo le indagini della procura di Udine, l’ufficio non ha prodotto nulla. Tre commissari e una decina di imprenditori indagati per truffa, 133 milioni stanziati dallo Stato inutilmente. Anche in questo il Nordest friulano si rivela tristemente italiano.
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